Chiara Padrini
Suiseki Art
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THE TESSAI STONE

written by Chiara Padrini

The article is available in Italian only. The English and Spanish version will be soon available.
Da quanto tempo circola, tra noi, la parola suiseki? Pochi anni, pochissimi. Fatica grande, per i pionieri di questa fantastica arte farla conoscere, non solo fisica (le pietre pesano…). Quando si cerca di spiegare concetti e significati più profondi e più vasti, le sottili emozioni oltre al primitivo stupore, si percepisce una certa incredulità, talvolta ironia, come se immaginare, raccontare certe cose, profumasse di fanatismo se non di esaltazione.
Ma la cultura delle pietre ha attraversato migliaia di anni, permeato la vita dei popoli, acceso la fantasia dei letterati, sciolto i versi dei poeti e mosso la mano di tanti artisti.
Cos’è la capacità evocativa di una pietra? Quali prodotti artistici può muovere? Difficile da spiegare forse questa storia può venire in aiuto. Si tratta di un piccolo suiseki lungo 18 cm profondo 13 cm e alto 8 cm., e di cosa ha saputo fare.

Si sa che il collezionismo raggiunse in Giappone, in alcuni periodi storici, forme di vero fanatismo soprattutto nelle classi nobili, ricche e colte. Non stupisca quindi quanto amore dimostrò Tomioka Tessai (1836 – 1924) – verso questa pietra.
Tessai è considerato uno dei grandi artisti di questi ultimi cent’anni, vissuto nel periodo della pittura bunjinga (pittura dei letterati) e nanga (scuola meridionale). Stili pittorici con forti radici nell’arte cinese, prima che il Giappone si rivolgesse, nella seconda metà del XIX secolo, ai modelli occidentali. Tessai fu uno degli ultimi rappresentanti della pittura a inchiostro-pastello-colore, molto benvoluta da coloro che coltivavano i vecchi valori tradizionali, trovando sgradevoli le fiacche imitazioni delle correnti europee a olio.

Possedette questa piccola Furuya-ishi, oggi la più famosa fuori dalla collezioni giapponesi, termine che indica la tipologia di questa pietra, abbastanza simile al nostro palombino, Tessai fu ammaliato dalla sua semplice forma e la dipinse molte volte in varie posizioni e situazioni climatiche, facendo viaggi – era di Kyoto – per andare a vedere il Fuji San: la montagna sacra giapponese, e scalandola anche due volte.
Questo suiseki dalla liscia grigia pelle, solcata da piccole scanalature che ricordano le tracce della neve, tra due stratificazioni di pietra ruvida grigio marrone chiaro, evoca il Monte Fuji circondato dalle nuvole che lentamente salgono, lasciando squarci di vedute.

La base, di chiaro stile cinese, ha cinque piedini ed è elegantemente intagliata.
Una serie di documenti artistici ne raccontano la storia e le suggestioni provocate, fornendo il pedigree di questo esemplare.

Nel 1911 Tomioka Tessai chiamò questa pietra Gai-Fu-Yo. Tra gli altri significati, Fuyo, in cinese Fujung, è anche l’antico nome del Monte Fuji.
Scrisse infatti, sul tsuitate, paraveto da scrivania, in carta fibrosa, incorniciato di bambù, questo nome e il commento:
“La forma di questa pietra è proprio simile a quella del Re delle montagna; ed è analoga a un dipinto della vera forma della montagna, compiutamente rassomigliante ad essa. Perciò la chiamo Gai-Fuyo: Cappello di nubi del Fuji”.
Il tsuitate porta tre sigilli dello scrittore: Tomioka Hyakuru, Tessai e un altro illeggibile.
Ma non finisce qui. Esiste un piccolo album di calligrafie e dipinti della tarda scuola Bunjin. Sul primo foglio una poesia di Tessai dice:

“Questa è una piccola pietra, ma è molto rara.
Un monte con un’eccellente (spiritualmente efficace) vetta.
Lo spirito della montagna teme il vento e la pioggia,
le (protettive) nuvole coprono il Fuji”


Il dipinto del Fuji, del secondo foglio, datato 1912, appartiene a Tazika Chikuson (1864 –1922) che fu uno degli ultimi pittori della scuola Nanga. L’iscrizione dice pressappoco:

“Chiamati verso il nuvoloso splendore della montagna,
i tre (taoisti) dei Mari dell’Est,
temendo che la sua liscia pelle si infradici di pioggia,
come veste, la coprono di nuvole."


Hashimoto Kensetsu (1883 – 1945) pittore della scuola Nihonga, produsse nel 1925 il terzo ritratto a inchiostro e acquerello e pennello. Il monte è visto tra due strati di nuvole. L’ ha poeticamente intitolato “Una forte pietra che fluttua nel verde-blu”.
L’ultimo dipinto datato 1926, è opera di Tanaka Hakuin (1865 – 1934) praticante della scuola Nanga. L’autore dice di aver dipinto il suiseki dopo aver visto il Fuji rassomigliare, in una giornata nuvolosa, esattamente ad esso. Hakuin vi aggiunse anche questa delicata poesia:

“Lavoro divino come se lo spirito l’avesse scolpito
Pare una bella donna, amorosa.
Sollevandosi sopra un mare di nuvole;
Il Fuji si adorna di un altro sembiante,
coperto dalle nubi”


Dopo la morte di Tessai, avvenuta nel dicembre del 1924, qualcuno acquistò la pietra o la ereditò. Poco dopo Hakuin la vide e la dipinse. Chiamò la pietra “piccolo Fuji” e ne iscrisse il nome su una scatola di legno appositamente costruita per contenerla. Questo può far pensare che ne fu proprietario, ma non è certo. Tuttavia, l’anno dopo, dipinse anche il sacchetto di seta bianca che protegge maggiormente questo suiseki.
Questa storia è raccontata su un bel libro di suiseki pubblicato a Londra: “When men and mountains meet” – Chinese and Japanese spirit rocks – ed. Sydney L. Moss Ltd., che consiglio a tutti gli appassionati.


Fronte


Retro


Tsuitate paravento di carta in cornice di bambù maculato


1° foglio


2° foglio


3° foglio


4° foglio
Il sacchetto visto dai due lati


La pietra di Tessai
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