Chiara Padrini
Suiseki Art
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SUISEKI – L’arte di Dio

di Chiara Padrini
La costruzione di una base in legno

Quando abbiamo un buon soggetto e desideriamo completare la sua presentazione, ci troviamo di fronte a due scelte: esporlo su una base di legno, appositamente costruita – daiza - o in un vassio – suiban (ceramica) o doban (bronzo) – posizionando la pietra in un letto di sabbia.

In Giappone si preferisce il vassoio alla base in legno, anche per ricreare atmosfere e sottolineare i significati che si vogliono dare alla pietra. Inoltre si correla alla tradizione dei giardini Karesansui di pietre e sabbia.

Da noi, dove è molto difficile ancora reperire dei vassoi di buona fattura per il suiseki, spesso si ricorre alla base di legno anche per comodità.
Prima di passare alla parte pratica però, bisogna conoscere alcune regole di costruzione per evitare di realizzare basette con errori di struttura.
Va tenuto presente che la base non deve sovrastare ed essere otticamente visibile più della pietra che deve promuovere. Quindi occorre far molta attenzione all’altezza del basamento, alla qualità del legno, al posizionamento dei piedini, alla sagoma che si vuol dare alla figura, alla finitura sia per i colori molto sottomessi sia alla lucidatura setosa ma non brillante.

Ci sono alcuni canoni da seguire per realizzare una basetta corretta: riguardano soprattutto il posizionamento dei piedini. Due di essi devono obbligatoriamente essere posti alle due estremità della sagoma per dare senso di stabilità alla pietra. Gli altri invece andranno posti sotto i punti di forza o di proiezione a seconda della sagoma della pietra stessa.
Le due sequenze di disegni mostrano nella prima il corretto posizionamento dei piedini d’angolo obbligatori in tutte le basi, e i vari piedi che vanno messi in corrispondenza dei punti di forza (o proiezione) o di peso della pietra.

Per quanto riguarda la forma e le dimensioni dei muri esterni qui vi mostro un esempio tratto dalle indicazioni sul sito della National Foundation, che può aiutare per trovare un giusto equilibrio. L’esperienza e la pratica renderanno poi facile ed autonoma la scelta di che tipo di sagoma dare al nostro dai.
Pietre semplici richiedono muri e piedini il più possibile lineari, mentre soggetti più elaborati e dalle caratteristiche sia di forma che di tessiture o disegno complesse, possono essere posti su basamenti più elaborati. I cataloghi di esemplari giapponesi o di altri paese posso dare validi esempi da seguire.

Per chi inizia questo è un buon progetto di base da seguire. La rotondità al di sotto della base è una raffinatezza che si può realizzare con delle limature intorno ai piedini o usando Un piccolo flessibile (dremmel) con punta rotonda e scavando all’intorno di essi.
Ecco di seguito alcuni particolari di sagome di daiza trovate su cataloghi giapponesi



In questo articolo vi mostro una sequenza fotografica di una base costruita da Andrea Schenone, che vi può aiutare ad esercitarvi e a realizzare le vostre basi. Mi scuso se la qualità di alcune immagini non è buona, ma sono state prese all’interno di un laboratorio. Fare suiseki vi accorgerete, può anche significare diventare buoni intagliatori e finitori del legno.
Alcuni attrezzi che vi saranno utili nella lavorazione. Lime rotonde a mano, le più sottili sono usate per molare le catene delle motoseghe. Dischi di carta vetro di diverse misure e grammature, e punte da trapano da utilizzare al posto di sgorbie a mano secondo le proprie preferenze.
Questa splendida pietra è stata prescelta per questo lavoro. La sua base assolutamente piatta favorisce la velocità nella realizzazione dello scavo, che non richiederà un lungo lavoro di intaglio con le sgorbie. Ma se questo esemplare gode di tale vantaggio, va detto che è altrettanto valido per la parte visibile. Ottima triangolarità, dislivelli dei punti focali che ne sottolineano la dinamica, e le quattro facciate: fronte, retro, lato destro e lato sinistro, hanno una buona proiezione verso l’esterno nel loro degradare.
La scelta di una tavola di legno è il primo passo. Preferite legni duri, non resinosi, e privi di troppo evidenti venature. Le essenze migliori sono sempre il noce, legni di rosacee, valido anche l’acero, il mogano. L’altezza della tavola dovrebbe essere circa di un decimo dell’altezza della pietra. Valore che può essere rivisto su forme molto verticali o particolari. In questo articolo parliamo sempre di condizioni di massima. Tracciate una linea di contorno la più precisa possibile. Esistono varie tecniche. La più semplice è usare una matita e passare il contorno prima seguendo una direzione e poi ripassando nella direzione opposta, questo correggerà sbavature causate dalla diversa angolazione che si può dare alla punta della matita.
Inizia il paziente lavoro di scavo con una sgorbia. Fate attenzione a non andare subito sulla linea di contorno ma di tenervi leggermente discosti, per evitare facili debordamenti. Per segnare sul legno i punti da togliere c’è chi usa la carta copiativa pressando la pietra, e man mano togliendo dove questa segna il legno. Stesso sistema con il blu di Prussia, usato nelle costruzione meccaniche. Ha il difetto di macchiare, ma il legno non ne patirà perché sarà pulito sia dallo scavo, sia dalla finitura con la cartavetro. La pietra si pulisce facilmente con una buona lavatura con acqua tiepida e sapone. Dal punto di vista pratico, forse è la soluzione migliore, anche perché la carta copiativa può disturbare nella visuale del posizionamento. Per evitare di macchiarsi io uso sottili guanti di plastica.
Terminato lo scavo, si iniziano a costruire i muri. Prima si procede col disegnare nella parte superiore della base, una linea parallela al bordo interno. La distanza da questo dipende dalla sagoma che darete al vostro bordo. Se scegliete di fare anche il piccolo gradino di incastro, tra pietra e muro del dai, oppure lo lasciate liscio. Bordi che rientrano verso l’interno necessitano di spessori minori di quelli che portano due o più muri o che degradano verso l’esterno. Deciso il disegno del contorno della base, dovete stabilire con un certo margine in abbondanza, quanto legno lasciare. L’utensile migliore è un seghetto a nastro. Quando la lama è sottile permette di lavorare meglio nelle curve strette.
Incastrata la pietra e tagliato di misura il bordo esterno, devono essere posizionati i piedini. Dove sistemarli è scelta tecnica, che un po’ è facilitata dalle regole, e un po’ arriverà dall’esperienza e dalla sensibilità del costruttore. Due piedini sono indispensabili e obbligatori: quelli che vanno posti ai due lati esterni e rappresentano la stabilità della pietra. Per la posizione degli altri, vanno definite le linee di forze della pietra, cioè quelle proiezioni ipotetiche che cadono sotto i movimenti dominanti della forma. Non mettete mai un piedino all’interno di una curva o sotto un arco. Un piccolo trucco è girare la base ed osservare il fondo, là dove si delineano curve verso l’esterno, lì generalmente deve essere posto un piedino. Attenzione solo a non metterne troppi, trasformando alcuni punti di sostegno in una vera e propria “dentiera” poco estetica. Sul numero dei piedini c’è chi dice che devono essere dispari. E’ una regolina che non ho mai avuta confermata, né in campo bonsai né in quello suiseki dai giapponesi che ho interpellato, e che liquidano ragionevolmente il problema dicendo che va messo quello che serve per l’estetica, pari o dispari che sia.
Fissato il pezzo di legno in una morsa, e usando una lima rotonda si definiscono i piedini. Lavorate con una inclinazione di circa 25/30°. Questi devono rimanere all’interno del muro e non sporgere. Spesso ci capita di vedere daiza abbastanza ben fatti, ma con i piedini che sporgono, provocando un disturbo. Non è facile farli bene, anzi, ma bisogna cercare di mantenere questa “discrezione” visiva. I piedini devono essere della stessa dimensione e non uno più largo e uno più piccolo.
La sagoma poi verrà perfezionata, per dare la forma di un piccolo ricciolo verso l’esterno, usando un piccola punta sferica montata su un flessibile o su un dremmel.
Per creare l’altezza dei piedini si fresa la parte inferiore, fissando bene la base a un tavolo e lavorandoci sopra con la fresatrice a mano, oppure come in questo caso, fissando l’attrezzo all’apposito supporto e facendo scorrere il pezzo di legno. Lo spessore da togliere dipenderà dall’altezza che volgiamo dare ai piedini.
Per migliorarne l’aspetto, si può passare il retro del piedino con la stessa punta utilizzata per la parte anteriore.
Se credevate che i lavori noiosi fossero finiti, non avete ancora provato la scartavetratura….Quanta pazienza! Utili sono quelle lime da meccanica di precisione, con diverse sagome che permettono di arrivare nei punti più difficili. Le ultime passate si fanno con carta vetro partendo da grane abbastanza grosse 180- 220 e proseguendo con 400 e 600 che trovate nei negozi per carrozzereri. Uscirà tutta le bellezza e la setosità del legno.




E qui bisogna diventare esperti nei coloranti e finiture. Che colori usare? Nero (favorisce la copertura di imperfezioni), la gamma di marroni, talvolta, ma con molta attenzione, anche verdi spenti (es. muschio) o rossastri? Questa è una vostra scelta secondo quello che la pietra vi suggerisce. Se avete scelto il legno di mogano, non occorre colorare, ma solo evidenziare il colore rossiccio naturale del legno. Usate un mordente ad acqua o ad alcool che preferisco ai quelli già pronti. Un lavoretto in più ma un risultato più naturale. Tra le due mani che almeno vanno date passare leggermente la carta vetro finissima. Per lucidare usate la cera (poca) in vari passaggi e molto olio di gomiti. Va bene anche la gommalacca in varie passate, lasciando asciugare bene tra una passata e l’altra, e strofinando con un panno un po’ ruvido. Un problema che ho talvolta riscontrato è un certo ritiro del legno dopo la costruzione del dai, causando danni irreparabili perché la pietra non si incastra più. E’ un problema che si evita con tavolette ben stagionate, ma non sempre possiamo avere la garanzia che siano tali. Ho rimediato passando dopo il mordente un turapori che fissa un po’ il legno.
Il lungo paziente lavoro è finito. Possiamo gustarci la soddisfazione di aver fatto qualcosa con le nostre mani per le nostre amate pietre! E ricordate una pietra per quanto bella sia, non sarà mai un “suiseki”, quindi non acquisirà la giusta dignità e nobiltà, finché non verrà promossa a questo rango, ponendola in una daiza o in un suiban.

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